Il nucleare è tornato ufficialmente nei piani energetici italiani. Dopo il voto della Camera del 4 giugno, il disegno di legge delega ha completato il passaggio parlamentare al Senato all’inizio di agosto 2026. Il governo può quindi iniziare a costruire le regole necessarie per autorizzare nuovi reattori, individuare i siti e attirare gli investimenti.
Questo non significa che una centrale stia per essere costruita. La legge stabilisce una cornice, mentre tecnologie, finanziamenti, autorizzazioni e territori restano da trovare. Nel frattempo l’Italia continua a conservare in depositi temporanei i rifiuti prodotti dalla stagione nucleare terminata quasi quarant’anni fa.
Il calendario politico promette i primi reattori tra il 2033 e il 2035. Quello industriale racconta una storia più complicata: gli impianti su cui punta l’Italia non sono ancora disponibili in serie e il problema delle scorie ad alta attività non è stato risolto definitivamente praticamente in nessun Paese al mondo.
Nucleare spiegato semplice: SMR, AMR e fusione non sono la stessa cosa
Una centrale nucleare produce calore attraverso una reazione atomica. Il calore trasforma l’acqua in vapore, il vapore muove una turbina e la turbina genera elettricità. La parte nucleare cambia, ma il principio finale non è molto diverso da quello di una centrale termoelettrica.
La tecnologia oggi utilizzata quasi ovunque è la fissione: un nucleo pesante, generalmente di uranio, viene diviso liberando energia e neutroni che alimentano una reazione controllata. I reattori tradizionali hanno spesso una potenza superiore a 1.000 MW e richiedono cantieri enormi, investimenti miliardari e tempi molto lunghi.
Il piano italiano guarda soprattutto a impianti più piccoli:
- gli SMR, Small Modular Reactors, sono reattori a fissione con potenza generalmente inferiore a 300 o 350 MW, basati in molti casi su tecnologie già conosciute;
- gli AMR, Advanced Modular Reactors, usano soluzioni più avanzate, nuovi refrigeranti e combustibili differenti, ma sono anche meno maturi;
- i microreattori producono pochi megawatt e sono pensati per industrie, aree isolate o installazioni specifiche.
La fusione è un’altra cosa. Cerca di unire nuclei leggeri, replicando il processo che alimenta il Sole, e non è pronta per produrre elettricità commerciale. La legge italiana la include nella ricerca, ma non può essere la tecnologia dei primi impianti. Ne abbiamo parlato anche analizzando i progetti che promettono di alimentare i data center con la fusione: gli accordi industriali esistono, le centrali operative ancora no.
Anche l’espressione “nucleare sostenibile” può confondere. Non identifica una nuova categoria di reattori che non produce rifiuti o non comporta rischi. È una definizione normativa legata ai criteri europei, alla sicurezza, alla gestione del combustibile e agli obiettivi di decarbonizzazione.

La nuova legge non costruisce una sola centrale
La legge delega affida al governo il compito di scrivere, entro dodici mesi, uno o più decreti legislativi. Saranno quei provvedimenti a definire le procedure di autorizzazione, i controlli, le responsabilità degli operatori e il processo per scegliere le aree dove potranno sorgere gli impianti.
Il perimetro è molto ampio. Comprende produzione di energia, fabbricazione e riprocessamento del combustibile, smantellamento degli impianti esistenti, gestione dei rifiuti radioattivi, fusione, sicurezza e possibili utilizzi del nucleare nei settori industriale, marittimo e nella produzione di idrogeno.
Dovrà essere elaborato anche un Programma nazionale per il nucleare sostenibile. Il governo dovrà poi chiarire il ruolo dell’autorità di controllo, la partecipazione delle Regioni e le compensazioni economiche destinate ai comuni che accetteranno impianti o infrastrutture nucleari.
È il primo cambiamento concreto da molti anni, ma resta un cambiamento giuridico. Oggi non sono stati scelti né un modello di reattore né un sito, non esistono autorizzazioni e non è stato annunciato un investimento definitivo per una centrale italiana.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin vuole completare le norme attuative entro la fine del 2026. È un calendario molto più veloce dei cantieri: scrivere una procedura autorizzativa richiede mesi, certificare una tecnologia e realizzare un impianto richiede anni.
I primi reattori nel 2035 dipendono da macchine che devono ancora arrivare
Il governo indica il 2033-2035 come possibile finestra per la prima elettricità nucleare prodotta in Italia. Il problema è che gli SMR occidentali su cui poggia questa previsione non hanno ancora una filiera commerciale consolidata.
L’Agenzia internazionale dell’energia prevede l’avvio dei primi progetti commerciali intorno al 2030. Questo lascia all’Italia pochissimo margine per scegliere la tecnologia, adattare la normativa, individuare il sito, ottenere le autorizzazioni, chiudere il finanziamento e completare il cantiere entro il 2035.
Esistono piccoli reattori operativi in Russia e Cina, ma non rappresentano ancora il modello industriale fatto di moduli prodotti in fabbrica, standardizzati e replicati a costi decrescenti che viene generalmente associato agli SMR europei e nordamericani.
Il vantaggio promesso è proprio la ripetibilità. Costruire molti reattori uguali dovrebbe ridurre costi e ritardi rispetto alle grandi centrali realizzate quasi come pezzi unici. Ma questa economia di scala si ottiene dopo aver venduto e costruito numerosi moduli, non con il primo esemplare.
È la stessa distanza che avevamo osservato spiegando come funzionano i mini reattori nucleari. Un progetto può essere tecnicamente credibile e, nello stesso momento, non essere ancora un prodotto acquistabile con prezzo e tempi garantiti.
Il caso Natrium sostenuto da Bill Gates mostra bene la complessità. La centrale americana usa un reattore avanzato raffreddato al sodio e un accumulo termico, ma ha dovuto affrontare modifiche progettuali, autorizzazioni e problemi nella disponibilità del combustibile. Il progetto è concreto e il cantiere è partito, ma non dimostra ancora che una serie di impianti possa essere consegnata rapidamente in Europa.

Gli 8 gigawatt del 2050 sono uno scenario, non un cantiere
Il Piano nazionale integrato energia e clima contiene uno scenario con circa 8 GW di nucleare nel 2050, sufficienti a coprire intorno all’11% della domanda elettrica italiana. La progressione ipotizzata parte da appena 0,4 GW nel 2035, passa per 2 GW nel 2040 e arriva a 8 GW soltanto a metà secolo.
Sono numeri utili per simulare il sistema energetico, non capacità già ordinata. Per trasformarli in centrali servono aziende disposte a investire, tecnologie autorizzate e un modello capace di garantire ricavi per decenni.
Il nucleare ha costi operativi relativamente prevedibili e produce energia anche quando non c’è sole o vento. Per Confindustria può quindi rafforzare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dal gas e offrire elettricità stabile alle industrie energivore.
Il nodo è il costo iniziale. Le centrali nucleari sono molto sensibili ai tassi di interesse perché assorbono grandi capitali molti anni prima di vendere il primo chilowattora. Per rendere finanziabili i primi SMR potrebbero servire garanzie pubbliche, prestiti agevolati o contratti che assicurino per lungo tempo un prezzo minimo dell’elettricità.
La Banca d’Italia ha ricordato che una valutazione seria dipende da ipotesi ancora incerte: costo dei reattori, tempi di costruzione, costo del capitale, prezzo futuro di gas ed emissioni, sviluppo degli accumuli e velocità di crescita delle rinnovabili.
Per questo non è corretto sostenere oggi che il nucleare abbasserà sicuramente le bollette. Potrebbe ridurre l’esposizione ai combustibili fossili nella seconda metà degli anni Trenta, ma prima bisogna stabilire chi pagherà gli investimenti e chi si assumerà il rischio di eventuali ritardi.
Le scorie che abbiamo già non sanno ancora dove andare
L’Italia ha smesso di produrre elettricità nucleare dopo il referendum del 1987, ma non ha smesso di avere rifiuti radioattivi. Le vecchie centrali di Caorso, Garigliano, Latina e Trino sono ancora in fase di smantellamento, insieme agli impianti del ciclo del combustibile.
A questi materiali si aggiungono i rifiuti prodotti ogni anno da ospedali, industria, università e centri di ricerca. Alcuni decadono rapidamente, altri devono essere isolati per secoli o per tempi molto più lunghi.
Il progetto italiano prevede un Deposito Nazionale di superficie. Qui dovrebbero essere sistemati definitivamente i rifiuti a molto bassa e bassa attività, mentre quelli a media e alta attività verrebbero conservati soltanto in modo temporaneo, in attesa di un futuro deposito geologico profondo.
Nel dicembre 2023 il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato un elenco di 51 aree idonee. Eppure, ad agosto 2026, il sito non è stato ancora scelto. L’unica autocandidatura arrivata inizialmente da un territorio è stata poi ritirata, mentre Regioni e comuni inseriti nelle mappe hanno quasi sempre reagito con opposizione.

Nel frattempo i rifiuti rimangono distribuiti in depositi temporanei. Nel giugno 2026 Sogin ha avviato, per esempio, lo stoccaggio a secco di combustibile nell’impianto Itrec di Rotondella, specificando che resterà sul posto fino a quando il Deposito Nazionale non sarà disponibile.
Qui emerge la contraddizione più difficile da ignorare. L’Italia sta preparando una legge per nuove centrali senza avere ancora completato l’infrastruttura necessaria a raccogliere i rifiuti della stagione nucleare precedente.
Il deposito definitivo non esiste quasi da nessuna parte
Dire che le scorie non hanno soluzione è tecnicamente impreciso. Per i rifiuti più pericolosi, la soluzione ritenuta più affidabile è il deposito geologico profondo: contenitori protetti da più barriere vengono collocati a centinaia di metri nel sottosuolo, dentro formazioni geologiche stabili.
Il problema è trasformare questa soluzione ingegneristica in un impianto autorizzato, finanziato, accettato dal territorio e capace di funzionare per generazioni. Al 2026 nessun deposito geologico destinato al combustibile nucleare civile esaurito era ancora entrato pienamente in esercizio commerciale.
La Finlandia è il Paese più vicino. Il deposito Onkalo, costruito a oltre 400 metri di profondità, ha richiesto più di quarant’anni di studi e preparazione. Ad agosto 2026 stava ancora completando la valutazione per ottenere la licenza operativa, con l’obiettivo di iniziare lo smaltimento entro la fine dell’anno.
La Svezia ha individuato il sito di Forsmark e avviato i lavori preparatori. La Francia porta avanti il progetto Cigéo a Bure, ancora dentro un lungo percorso autorizzativo. Germania, Regno Unito e altri Paesi stanno selezionando o studiando i siti.
Esiste negli Stati Uniti il WIPP, un deposito geologico operativo, ma accoglie rifiuti radioattivi di origine militare e non il combustibile esaurito delle normali centrali commerciali. Non risolve quindi il problema generale con cui si confrontano i Paesi nucleari.
Il riprocessamento può recuperare parte dei materiali ancora utilizzabili e ridurre alcuni volumi, ma non elimina la necessità di isolare i residui ad alta attività. Anche i reattori avanzati possono cambiare quantità e caratteristiche delle scorie, non farle sparire.
Un programma nucleare credibile deve quindi indicare fin dall’inizio chi gestirà i rifiuti, dove saranno conservati, quale fondo pagherà l’infrastruttura e cosa accadrà dopo la chiusura delle centrali. Rimandare queste risposte significa trasferire una parte del costo alle generazioni successive.
Referendum e territori possono pesare più della tecnologia

Il governo può scrivere le regole, ma non può costruire una centrale senza affrontare il consenso politico. Il ministro Pichetto considera probabile un nuovo referendum nel 2028 o 2029, anche se al momento non esiste ancora un quesito definito.
I referendum del 1987 non inserirono nella Costituzione un divieto assoluto al nucleare, ma produssero le condizioni politiche e normative per chiudere le centrali. Nel 2011 oltre il 94% dei voti validi fu favorevole all’abrogazione delle nuove norme che avrebbero permesso il ritorno dell’atomo.
Da allora il contesto è cambiato. La crisi del gas, gli obiettivi climatici e l’aumento dei consumi elettrici hanno riaperto il dibattito. Anche l’Europa ha inserito, a determinate condizioni, il nucleare nella propria tassonomia delle attività considerate compatibili con la transizione.
Non è però cambiata la difficoltà di scegliere i siti. Le future procedure prevedono consultazioni, compensazioni economiche e benefici per i territori, ma l’esperienza del Deposito Nazionale dimostra che una mappa tecnicamente idonea non produce automaticamente un comune disponibile.
Proprio la localizzazione sarà il primo test. Prima ancora di discutere il modello del reattore, l’Italia dovrà dimostrare di riuscire a prendere una decisione trasparente sui rifiuti che possiede già.
Cosa significa per te
Nel breve periodo non cambia nulla nella fornitura di energia. Non partiranno subito cantieri, non verranno costruiti reattori vicino alle città e la legge non produrrà uno sconto automatico in bolletta.
Il passaggio importante arriverà con i decreti attuativi. Bisognerà controllare quali tecnologie saranno ammesse, quanto sarà indipendente l’autorità di sicurezza, come verranno scelti i siti e quali garanzie economiche saranno offerte agli investitori.
La domanda decisiva non è soltanto essere favorevoli o contrari al nucleare. È capire se il programma presenta costi, tempi e responsabilità in modo completo. Un progetto che promette elettricità stabile senza spiegare il finanziamento è incompleto. Uno che parla di reattori avanzati senza affrontare le scorie lo è ancora di più.
Il nucleare può contribuire al mix italiano soltanto nel lungo periodo. Nel frattempo reti, accumuli, efficienza energetica e rinnovabili dovranno comunque crescere: i primi eventuali reattori arriveranno troppo tardi per sostituire gli interventi necessari entro il 2030.

Tre domande rapide
Quando tornerà il nucleare in Italia?
Il governo indica il 2033-2035 per la prima produzione elettrica, ma non esistono ancora siti, autorizzazioni o ordini definitivi. È una previsione politica, non una data di consegna garantita.
I piccoli reattori producono scorie?
Sì. Gli SMR producono combustibile esaurito e rifiuti radioattivi, anche se quantità e caratteristiche dipendono dalla tecnologia. Nessun reattore a fissione elimina la necessità di gestire materiali ad alta attività.
Sono già stati scelti i siti delle centrali?
No. Non sono stati indicati i luoghi per i nuovi reattori e non è stato ancora scelto nemmeno il sito del Deposito Nazionale destinato ai rifiuti radioattivi già presenti in Italia.
Fonti principali
- Camera dei Deputati, Disegno di legge “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”, A.C. 2669, approvato il 4 giugno 2026. Camera
- International Energy Agency, Global Energy Review 2026, per stato dei reattori nucleari e maturità degli SMR. IEA
- Sogin, Deposito Nazionale, per le 51 aree idonee, l’iter di localizzazione e la gestione dei rifiuti radioattivi italiani. depositonazionale.it
- IAEA, Spent Fuel and Radioactive Waste Information System, per la gestione internazionale del combustibile esaurito e dei depositi geologici. sris.iaea.org
- Posiva, ONKALO, per il deposito geologico finlandese e lo stato del progetto. posiva.fi
- Posiva, luglio 2026, per l’iter della licenza operativa e gli oltre 40 anni di preparazione necessari per ONKALO.