Per anni i robot umanoidi sono stati il genere più spettacolare e più ambiguo della tecnologia: video virali, salti, passi di danza, demo perfette e promesse enormi. Ora qualcosa sta cambiando. Non perché all’improvviso questi robot siano diventati davvero “umani”, ma perché alcune aziende stanno provando a portarli fuori dalla fase dimostrativa e dentro un mondo molto meno indulgente: produzione, assistenza, fabbriche, case, logistica, turni, manutenzione, costi.
Il punto non è più vedere un robot che cammina o fa le capriole, ma capire se può fare un lavoro utile, ripetibile, sicuro e abbastanza conveniente da giustificare la sua esistenza.
Figure 03: la fabbrica dei dati fisici

Figure 03 è uno dei casi più interessanti perché racconta bene la nuova fase della robotica umanoide. L’azienda lo presenta come un robot "general purpose" pensato per la casa, capace di occuparsi di attività come bucato, pulizie e stoviglie. Le specifiche dichiarate parlano di 1,73 metri di altezza, 61 kg di peso, 20 kg di payload, 5 ore di autonomia e 1,2 m/s di velocità. Ma la parte davvero importante non è la scheda tecnica. È il sistema che c’è dietro.
Figure ha costruito il robot intorno a Helix, il suo modello vision-language-action: un’AI pensata per collegare percezione, linguaggio, ragionamento e movimento. In pratica, l’obiettivo è permettere al robot di capire un comando, leggere l’ambiente e trasformare tutto questo in azione fisica, senza dover essere programmato ogni volta per un singolo compito.
Il dato più forte arriva dalla produzione: Figure ha dichiarato di aver superato i 350 Figure 03 prodotti e di essere passata da un robot al giorno a un robot all’ora in meno di 120 giorni, con oltre 9.000 attuatori e più di 500 battery pack prodotti. Ogni robot passa più di 80 test funzionali prima del via libera. Questo serve anche a raccogliere dati, trovare guasti, migliorare i modelli e preparare eventuali usi commerciali.
Qui sta il punto: Figure non sta costruendo solo robot. Sta costruendo una macchina per produrre dati sul mondo reale. E senza quei dati, l’umanoide resta un corpo costoso con un cervello troppo fragile. Rispetto alla concorrenza sta poi accumulando tantissima esperienza in fabbrica in collaborazione con BMW, svolgendo task basilari che con il tempo stanno divenendo sempre più complesse.
NEO: il robot domestico che arriva in "beta"

NEO di 1X è forse il progetto più vicino all’immaginario comune: un robot in casa. Non una macchina chiusa in fabbrica, ma un assistente domestico che aiuta con le faccende, risponde alla voce, si muove negli ambienti quotidiani e impara nel tempo. 1X parla di autonomia di base, ma anche di una modalità “Expert Mode”, in cui un operatore umano può guidare il robot da remoto nei compiti che ancora non sa svolgere.
Questa è la parte più interessante e più delicata. Perché NEO non arriva come robot già perfetto. Arriva come piattaforma in evoluzione. L’azienda dichiara che usa Redwood AI per imparare e ripetere task domestici, insieme a un LLM integrato per conversazione e ragionamento. Ma un robot con telecamere, microfoni, memoria e possibile supervisione remota dentro casa apre domande evidenti su privacy, fiducia e controllo.
NEO ha però un vantaggio rispetto agli altri: il prezzo è pubblico. 1X lo propone a 20.000 dollari ai primi acquirenti, oppure a 499 dollari al mese in abbonamento, con deposito rimborsabile da 200 dollari e prime consegne negli Stati Uniti previste nel 2026.
È il più concreto come prodotto consumer. Ma è anche quello che affronta l’ambiente più difficile: la casa. Una fabbrica si può organizzare, una casa cambia ogni giorno.
Atlas: il più credibile, ma non per il salotto

Atlas resta un nome a parte. Boston Dynamics lo ha trasformato da icona delle demo robotiche a prodotto industriale. La nuova versione elettrica, presentata al CES 2026, è pensata per lavorare in ambienti produttivi, con 56 gradi di libertà, 2,3 metri di reach, capacità di sollevare fino a 50 kg, modalità autonoma, teleoperata o via tablet, e integrazione con sistemi industriali come MES e WMS tramite Orbit.
Per noi ha un peso particolare, perché lo abbiamo visto dal vivo a Las Vegas. E la cosa più interessante non era solo il movimento. Era il cambio di contesto: Atlas non viene più raccontato come il robot che fa parkour, ma come una macchina da inserire in fabbrica. Boston Dynamics ha dichiarato che le consegne del 2026 sono già tutte impegnate, con flotte destinate a Hyundai e Google DeepMind.
Qui non esiste un prezzo pubblico. Atlas è un prodotto enterprise, non un robot da comprare online. E forse proprio per questo è il più realistico: non deve convincere una famiglia a spendere il budget di un'utilitaria, deve convincere un’azienda che può lavorare abbastanza bene da ripagarsi.
Il vero collo di bottiglia è il cervello
La corsa agli umanoidi non si gioca solo su gambe, mani e batterie, ma sull’addestramento. Un robot commerciale ha senso se può imparare nuovi compiti, adattarsi agli imprevisti e migliorare con l’esperienza. Figure parla di Helix, 1X di Redwood AI, Boston Dynamics lavora con Google DeepMind. XPeng, con IRON, porta nel discorso la sua piattaforma VLA 2.0, nata per l’auto autonoma e pensata per estendersi anche a robotaxi, flying car e umanoidi.
Tesla, con Optimus, resta il grande fuori quota. Ha fabbriche, capitali, competenze AI e ambizione industriale. Ma per ora deve ancora dimostrare pubblicamente la stessa solidità operativa dei player più avanzati. Musk stesso ha avvertito che la produzione iniziale di Optimus sarà “agonizingly slow”, molto lenta, per la complessità di componenti e supply chain.
Il 2026 non ci dirà se i robot umanoidi sanno fare una demo. Questo lo abbiamo già visto. Ci dirà se possono iniziare a lavorare davvero. E soprattutto se, dopo anni di promesse, esiste un modello economico per insegnare a milioni di macchine a muoversi nel mondo costruito per noi.