Faccia a faccia con Daisy, il robot che fa "a pezzi" i vecchi iPhone per farli rivivere

18 secondi a unità e aria a -80 gradi. Come Apple smonta i dispositivi a fine corsa per estrarne terre rare e cobalto

di Greta Rosa - 16/04/2026 14:00

Se vi siete mai chiesti che fine faccia esattamente un iPhone quando esala l'ultimo respiro, la mappa vi porterà dritti nel sud dei Paesi Bassi. A Breda, per l'esattezza. L'esterno dell'impianto che abbiamo visitato ha l'anonimato tipico dei grandi snodi logistici nordeuropei: capannoni immensi, facciate tutte uguali e nessuna insegna a suggerire cosa succeda all'interno. Varcandone la soglia, tutto cambia: la prima cosa da cui si è investiti è il rumore. Un frastuono ritmico e meccanico a cui però ci si abitua in fretta.

È il suono di un cimitero tecnologico che funziona al contrario, ovvero non seppellisce, ma riporta in vita. Il demiurgo di questa "bolgia" ordinatissima è Daisy, il robot di Apple nato nel 2018 sulle ceneri di un altro robot, Liam, di cui conserva alcune componenti essenziali (la circolarità è importante anche a monte). Ha un gemello nel mondo, in Texas, e un compito importantissimo: fare a pezzi gli iPhone.

Ma, a dirla tutta, è forse l'espressione sbagliata. Fino a poco tempo fa, il riciclo dei rifiuti elettronici si basava esclusivamente su trituratori giganti che "masticavano" i telefoni, mischiando plastica, vetro e metalli preziosi in un calderone da cui era difficile, e costoso, estrarre materie pure. Quei trituratori esistono ancora e rappresentano gran parte del processo di riciclo tradizionale, ma Daisy in qualche modo spezza il paradigma: non tritura, ma disassembla

Questa differenza è cruciale, perché permette di separare i componenti in modo netto, recuperando i minerali a un grado di purezza il più vicino possibile a quello del materiale vergine appena estratto, evitando che le diverse leghe si contaminino a vicenda.

Smonta circa 200 iPhone all'ora, impiegandoci una manciata di secondi per unità (meno di 20, per l'esattezza), per un totale potenziale di 1,2 milioni di dispositivi all'anno.

L'anatomia del disassemblaggio: come lavora Daisy

Vederla in azione è ipnotico. Il processo, che tratta dispositivi spesso completamente distrutti e non più riparabili o ricondizionali - gran parte dei quali provenienti dal programma Trade In di Apple - si divide in fasi velocissime.

Tutto parte dall'occhio di Daisy: una telecamera scansiona l'iPhone in arrivo su un nastro trasportatore, riconoscendone istantaneamente il modello tra i 36 compatibili. A quel punto, il robot separa lo schermo dalla scocca e "spara" un getto d'aria a -80° sulla batteria, notoriamente incollata al telaio: il freddo estremo congela e cristallizza l'adesivo, cosicché la batteria si stacchi in modo netto e sicuro (senza il bisogno di solventi o forza bruta).

Il passaggio successivo è il più scenografico: per rimuovere le viti non si usano cacciaviti, ma una pressa che sfonda letteralmente la scocca, "punzonandola". Subito dopo, uno strumento rotante raschia via con forza tutti i minuscoli componenti interni, separandoli per dimensione.

A questo punto la palla passa all'essere umano. Gli operatori smistano i diversi componenti per categoria, come i moduli fotocamera, gli altoparlanti e il "taptic engine" (il motorino aptico che fa vibrare fisicamente il telefono per restituire un feedback tattile). La precisione chirurgica di Daisy serve proprio a questo: far sì che componenti microscopici, come il sistema MagSafe o l'autofocus, non vengano frantumati. Al loro interno, infatti, si nascondono magneti in neodimio-ferro-boro intatti, che a loro volta custodiscono le note terre rare, una famiglia di 17 elementi chimici fondamentali per l'elettronica, la cui estrazione nelle miniere tradizionali ha costi ambientali e umani altissimi. I magneti salvati da Daisy passano poi ad impianti partner di Apple che si occupano di estrarle per prepararle alla re-immissione in produzione.

Oltre il robot: i numeri della transizione

L'impianto di Breda è solo un pezzo di un puzzle molto più ampio, i cui risultati cominciano a farsi sentire su scala globale. In queste ore Apple ha annunciato che nel 2025 il 30% di tutto il materiale presente nei prodotti spediti è di origine riciclata

Oggi, il 100% del cobalto contenuto nelle batterie progettate da Apple proviene dal riciclo (il cobalto è vitale per stabilizzare le batterie al litio, ma l'estrazione primaria è spesso legata a contesti geopolitici instabili). Stesso discorso per l'oro delle placcature, lo stagno delle saldature e, appunto, il 100% delle terre rare nei magneti.

In California, inoltre, l'azienda ha da poco attivato Cora, una nuova linea di riciclo che unisce una triturazione di altissima precisione a un sistema chiamato A.R.I.S. Quest'ultimo sfrutta il machine learning per classificare e smistare istantaneamente i rottami elettronici, aiutando i centri di riciclo partner a non disperdere nemmeno un grammo di materiale utile.

L'addio alla plastica e il caso MacBook Neo

Il concetto di circolarità, però, deve partire "a monte", ovvero da come i dispositivi vengono costruiti e impacchettati. Lo scorso anno Apple ha raggiunto un traguardo inseguito da un decennio, ovvero l'eliminazione totale della plastica dagli imballaggi. Le vecchie pellicole per gli schermi e i vassoi sagomati sono stati sostituiti da fibra di carta. Solo negli ultimi cinque anni, questo cambio di rotta avrebbe evitato l'uso di 15.000 tonnellate di plastica, l'equivalente di circa mezzo miliardo di classiche bottigliette d'acqua, secondo i dati ufficiali.

L'hardware che meglio incarna questa transizione è il MacBook Neo. Composto al 60% da materiali riciclati, ha una scocca in alluminio prodotta con un processo che dimezza l'uso di materia prima. Apple ha inoltre rivoluzionato l'anodizzazione (il trattamento elettro-chimico che rende l'alluminio resistente ai graffi e gli conferisce il colore). Si tratta di un processo che consuma enormi quantità d'acqua; i tecnici hanno invece sviluppato un sistema "a circuito chiuso" in grado di riciclare e riutilizzare il 70% dell'acqua impiegata per la lavorazione. E a proposito di acqua, nel 2025 l'azienda e i suoi fornitori hanno risparmiato 17 miliardi di galloni a livello globale.

Svuotare i cassetti

Camminando verso l'uscita della struttura di Breda, tra le ceste colme di vecchi telefoni in attesa di passare sotto i ferri di Daisy, sono tante le riflessioni da fare. La tecnologia per abbattere l'impronta carbonica (che per Apple è già scesa del 60% rispetto al 2015) oggi c'è. Ed è una rincorsa che, per fortuna, sta coinvolgendo tanti player dell'industria: da Samsung, che spinge sempre di più sull'integrazione di metalli di recupero e plastiche riciclate dai mari nei suoi Galaxy, a realtà (più di nicchia) come Fairphone, pioniere del design modulare. Ognuno sta in qualche modo cercando la propria strada per chiudere il cerchio.

Ma le macchine e le strategie aziendali, da sole, non bastano. Questi processi hanno una fame disperata di "materia prima seconda", che molto spesso si trova bloccata proprio nelle nostre case. I vecchi smartphone dimenticati nei cassetti sono, a tutti gli effetti, delle miniere urbane inutilizzate. Portarli negli Apple Store (che in questi giorni, in occasione dell'Earth Day, offrono sconti sugli accessori in cambio di un dispositivo idoneo), reinserirli nel programma Trade In o affidarli ai servizi di recupero di qualsiasi altro brand, è l'unico approccio virtuoso per dare in pasto a macchine come Daisy materiali "esausti" che, un domani, vivranno nuova vita.