Ieri sera, alle 18.35 locali, il razzo SLS (Space Launch System, il nuovo lanciatore super-pesante della NASA) è decollato dal Launch Complex 39B, la storica rampa di lancio progettata per le missioni lunari del Kennedy Space Center in Florida. I presenti hanno descritto il rombo dei motori come una vibrazione fisicamente avvertibile attraverso tutto il corpo.
A bordo della capsula Orion, ribattezzata "Integrity" dal proprio equipaggio, viaggiano quattro astronauti: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen.
Si tratta di un evento storico: è la prima missione con astronauti a spingersi oltre l'orbita terrestre bassa dai tempi dell'Apollo 17, nel 1972.
Cosa sta succedendo adesso
In questo momento, Orion si trova in un'orbita ellittica alta: il suo apogeo (il punto più distante dalla Terra raggiunto durante l'orbita) tocca un'altitudine di circa 74.000 chilometri, pari a un sesto della distanza totale che ci separa dalla Luna. L'equipaggio sta dedicando le prime 24 ore di volo a una verifica certosina dei sistemi della navicella, controllando comunicazioni, navigazione, propulsione e supporto vitale. Come ha riassunto efficacemente il comandante Wiseman all'emittente CBS News: "Questa capsula può mantenerci in vita? Dobbiamo collaudare a fondo tutti questi sistemi prima di spingerci verso la Luna".
Se tutti i controlli daranno esito positivo, questa sera avverrà il momento cruciale: l'accensione del motore principale per la cosiddetta "iniezione translunare" (la manovra propulsiva necessaria per immettere un veicolo spaziale in una traiettoria verso il nostro satellite). Questa spinta incrementerà la velocità dell'astronave di circa 1.450 km/h, un'accelerazione sufficiente per sfuggire definitivamente all'orbita terrestre e iniziare il viaggio di quattro giorni verso la Luna.
Il flyby del 6 aprile
La missione Artemis II non entrerà in orbita lunare. Il 6 aprile l'equipaggio sfiorerà il nostro satellite, passando a circa 9.600 chilometri di distanza dalla superficie. Sfruttando l'attrazione gravitazionale della Luna come propulsione (il cosiddetto effetto fionda gravitazionale), la navicella si immetterà su una "traiettoria di ritorno libero", una speciale rotta a forma di otto che permette al veicolo di rientrare naturalmente verso la Terra sfruttando solo la gravità, senza bisogno di riaccendere i motori principali.
Proprio in quel momento, gli astronauti potrebbero stabilire il nuovo record assoluto di distanza dalla Terra mai raggiunta da un essere umano, superando il primato di circa 400.000 chilometri fissato dall'equipaggio dell'Apollo 13 nel 1970. Il picco massimo di lontananza di questo viaggio toccherà infatti la quota di 405.000 chilometri circa dal nostro pianeta. L'ammaraggio conclusivo (il cosiddetto splashdown) è previsto per il 10 aprile nelle acque dell'Oceano Pacifico, al largo delle coste di San Diego.
Ma perché non scendere direttamente?
Molti in queste ore si stanno chiedendo: ma perché non atterrare direttamente sulla Luna? È una domanda più che legittima, ma la risposta non è strettamente tecnologica, bensì di natura sistemica e organizzativa.
A differenza del programma Apollo, che operava spinto da risorse economiche quasi illimitate e dalle urgenze geopolitiche della Guerra Fredda, la NASA di oggi ha adottato un modello "distribuito". L'agenzia spaziale, infatti, non costruisce più direttamente i lander lunari (i moduli destinati specificamente alla discesa sulla superficie), ma ne ha affidato lo sviluppo ad aziende private come SpaceX e Blue Origin. Una strategia, questa, che permette di abbattere enormemente i costi, ma dilata inevitabilmente i tempi necessari per i severi collaudi e le certificazioni di sicurezza.
A ciò si sommano sfide tecniche e ambientali molto complesse. Da un lato, c'è la necessità di analizzare e perfezionare lo scudo termico della capsula Orion (che aveva mostrato un'usura inaspettata al rientro della missione senza equipaggio Artemis I nel 2022). Dall'altro, pesano le estreme condizioni di illuminazione del polo sud lunare: quest'area è il nuovo grande obiettivo dell'esplorazione spaziale, ma le sue ombre lunghe e i rilievi accidentati la rendono una meta infinitamente più complessa e insidiosa rispetto alle piatte zone equatoriali visitate cinquant'anni fa. Insomma, al giorno d'oggi non si può più semplicemente "partire e atterrare".
La roadmap
La missione Artemis III è attualmente programmata per la metà del 2027. Si svolgerà in orbita terrestre bassa e avrà l'obiettivo cruciale di collaudare il rendezvous e il docking (ovvero, rispettivamente, le delicate manovre di avvicinamento e di attracco spaziale) tra la capsula Orion e i moduli lunari commerciali sviluppati da SpaceX e Blue Origin, oltre a testare sul campo le nuove tute spaziali.
Bisognerà però attendere l'inizio del 2028 con Artemis IV per assistere al primo, vero allunaggio del nuovo millennio: in quell'occasione, l'equipaggio si trasferirà dalla capsula Orion a un lander commerciale per scendere finalmente nell'insidiosa regione del polo sud lunare.